L’assunzione abituale di alcolici può ridurre la qualità dello sperma

alcool L’assunzione abituale di alcolici può ridurre la qualità dello sperma

Se si vuole un bimbo attenzione al consumo di alcol da parte del futuro papà: sembra infatti che ad un consumo di alcol equivalente ad almeno 5 unità alla settimana si associ una scarsa qualità dello sperma nei giovani sani e più il consumo aumenta, più la  qualità peggiorerebbe. Alla  University of southern Denmark a Odense, è stato fatto uno studio su 1.221 uomini danesi tra 18 e 28 anni, sottoposti a visita medica di idoneità al servizio militare tra il 2008 e il 2012. Ai ragazzi  è stato chiesto quanto alcol avevano bevuto nella settimana precedente, se il consumo riferito era quello abituale e se avessero mai assunto più di 5 unità alcoliche in una volta sola. Da sapere che un’ unità alcolica è circa 12 grammi di etanolo, contenuti per esempio in un bicchiere di vino, in una lattina di birra o in una dose di superalcolico.
I partecipanti allo studio sono stati invitati a fornire un campione di sperma per verificarne la qualità, e un campione di sangue per controllare i livelli di ormoni riproduttivi. I  risultati ottenuti hanno mostrato una correlazione diretta tra assunzione di alcolici nella settimana precedente e livelli di ormoni riproduttivi: il testosterone aumenta e la globulina legante gli ormoni sessuali (Shbg) diminuisce.
Quasi la metà ha riferito che la quantità di alcol consumata nella settimana precedente era quella abituale; in questi soggetti l’assunzione di alcolici era inversamente correlata alla qualità dello sperma, sia in termini di numero totale di spermatozoi sia di percentuale con normali dimensioni e forma.
Sarebbe interessante però sapere  se la qualità dello sperma migliora riducendo il consumo di alcol, ma il messaggio che deve passare è che  il consumo di alcolici non solo può compromettere la salute in generale, ma anche  quella riproduttiva. 

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L’osteoporosi si previene fin da bambini

latte Losteoporosi si previene fin da bambini

Quando pensiamo all’osteoporosi la consideriamo una patologia dell’età avanzata, qualcosa che riguarda le nostre mamme, la consideriamo lontana da noi,una cosa che non ci tocca,  figuriamoci se la colleghiamo ai nostri figli. In realtà l’osteoporosi è si un problema associato quasi esclusivamente all’invecchiamento, ma la prevenzione inizia già in giovane età.
Ce lo ricordano e spiegano i pediatri dell’American Academy of Pediatrics con delle regole da seguire sin dalla più tenera età.
Innanzitutto alimentazione e attività fisica sono le armi principali a disposizione dei genitori per proteggere la salute delle ossa dei loro figli. Infatti un individuo che non raggiunge un picco ottimale di massa ossea durante l’infanzia e l’adolescenza, può infatti sviluppare osteoporosi senza che vi sia una accelerata perdita ossea in età adulta. Secondo i pediatri statunitensi i fabbisogni quotidiani di calcio non devono essere soddisfatti con l’assunzione di integratori e supplementi, ma aumentando il consumo di alimenti ricchi di questo elemento. Durante i primi 12 mesi di vita la fonte principale dovrebbe essere il latte materno – o, in caso di necessità, quello artificiale –dall’anno d’età il calcio può essere assunto attraverso il latte vaccino e i suoi derivati. Contemporanemante è importante prestare attenzione ai livelli di vitamina D, necessaria per l’assorbimento del calcio e la sua omeostasi nell’organismo (ovvero mantenere la concentrazione di calcio costante).
Anche l’attività fisica gioca un ruolo rilevante nella prevenzione dell’osteoporosi e gli esercizi migliori sarebbero quelli che permettono alle ossa di sopportare un po’ di peso, come la corsa, il ballo e le camminate.
In definitiva corrette abitudini alimentari e corretta attività sportiva permettono una buona salute delle ossa fin da piccoli. 

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Come misurare la temperatura corporea: le linee guida della SIP

termometro Come misurare la temperatura corporea:  le linee guida della SIP

Tempo fa lessi su FB la domanda di una mamma su come misurare la temperatura al suo bambino. La maggior parte delle risposte erano di misurarla per via rettale. Io mi sentii di dissentire. È vero che è uno dei metodi possibili, ed ho anche scritto vari post tempo fa (qui e qui), ma è uno di quelli che io non amo per nulla. Mi sembra allora corretto parlarne ancora basandosi sulle linee guida della SIP.
La misurazione della temperatura corporea è purtroppo una delle manovre più frequentemente eseguite sui bambini. L’esito di tale manovra fornisce importanti informazioni sullo stato del piccolo, e può guidare le scelte terapeutiche ed assistenziali. Tuttavia non è una manovra banale e tante sono ancora le domande che la riguardano: quali termometri sono da prediligere? Quali sono i criteri da utilizzare per scegliere la sede di misurazione della temperatura corporea? L’uso di mezzi fisici per ridurre la febbre è appropriato?
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Raffreddore e mal di gola: come curare i malesseri stagionali più comuni

raffreddore Raffreddore e mal di gola: come curare i malesseri stagionali più comuni

Nei mesi invernali, ma non solo, è d’obbligo parlare di raffreddamenti e infiammazioni delle alte vie respiratorie.
Queste patologie sono le più “sentite” sia dai genitori per quanto riguarda terapia ed assenze scolastiche, sia dal mondo medico visto che sono una delle cause più frequenti che conducono alla visita dal pediatra.

Ancora l’altro giorno mi è arrivata la telefonata: cosa dare al nipotino con il “raffreddorone”.
Io sono brutale: nulla. Non serve nulla se non un’ottima pulizia del naso.
Nei bambini di età inferiore ai 6 anni vi è una media di 6-8 episodi di infezione delle alte vie respiratorie in un anno, fino a una al mese nel periodo tra settembre e aprile. Spesso questi episodi durano anche oltre 14 giorni e le aspettative dei pazienti, ops, dei genitori, talvolta, sono difficili da gestire per il pediatra. Qual è la conseguenza?

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Farmaci e allattamento al seno: le cose da sapere

allattamento Farmaci e allattamento al seno: le cose da sapere

Quando si parla di allattamento al seno si parla di tutto ed il contrario di tutto, ma su una cosa le donne sembrano essere attentissime: sulla non assunzione di farmaci. Ho scritto “sembrano” perché in realtà spesso assumono farmaci da banco o prodotti di erboristeria non sempre indicati mentre si allatta, nella convinzione che “non facciano male”. Inoltre farmaci ritenuti necessari e a basso rischio in gravidanza non e’ detto che siano sicuri anche durante l’allattamento. Per questo motivo il ministero della Salute ha redatto un documento “Farmaci nella donna che allatta al seno: un approccio senza pregiudizi” in cui sono segnalate 10 regole fondamentali. Vediamo quali sono:

  1. durante l’allattamento al seno possono essere assunti farmaci per le patologie croniche della mamma, come l’insulina per il diabete o gli ormoni tiroidei sostitutivi per l’ipotiroidismo;  questi presi correttamente e nelle giuste dosi non determinano effetti collaterali significativi nel neonato
  2. i farmaci dovrebbero essere assunti dopo la poppata anche modificando il consueto orario di assunzione per assecondare il naturale ritmo delle poppate del bambino, e non il contrario. La maggior parte dei farmaci passa nel latte, ma in misura limitata o molto limitata, comunque senza determinare effetti tossici per il bambino, o provocando solo effetti collaterali minori o trascurabili. Se si deve obbligatoriamente assumere per un periodo limitato di tempo un farmaco controindicato durante l’allattamento è possibile tirarsi il latte (con la stessa regolarità delle poppate per evitarne la riduzione) e gettarlo via riprendendo in un momento successivo l’allattamento al seno.
  3.  ad eccezione dei farmaci antitumorali, delle droghe dei farmaci assunti in dosi elevate a scopo di suicidio, quasi tutti i farmaci, per poter eventualmente avere effetti collaterali rilevanti nel neonato allattato al seno, devono essere assunti dalla madre in maniera prolungata, vale a dire per molti giorni consecutivi. Pertanto l’allattamento al seno va sospeso solo quando vi siano reali e documentate controindicazioni mediche oppure per scelta informata da parte della madre
  4. Il latte materno può essere conservato in frigo a temperatura di 4 °C per 4 giorni oppure conservato nel freezer a -20°C per 6 mesi.
  5. senza fare l’abbinamento farmaco-effetto collaterale, è bene segnalare immediatamente ogni cambiamento nel bambino al pediatra curante qualora si assuma qualche farmaco.
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