La gravidanza extra-uterina

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Durante lo scorso turno in pronto soccorso si è presentata in pronto soccorso con accesso in ambulanza, una donna di 34 anni con mal di pancia e vomito.
Stavo già tra me e me brontolando pensando alla classica gastroenterite del periodo, quando mi venne “l’illuminazione” di chiedere se fosse incinta. In realtà non mi aspettavo una risposta affermativa perché il dato non era riportato né nel verbale degli ambulanzieri né nella scheda di triage. Invece con mio stupore rispose di si. Sono tanti anni che faccio questo mestiere ma ancora mi stupisco. Per me sarebbe dovuta essere la prima informazione da dare, non addirittura nascondere la cosa con il rischio di far sbagliare una diagnosi o assumere farmaci non consoni.
Perché sto raccontando questo caso? Perché la signora in questione prontamente inviata al pronto soccorso ginecologico aveva poi una gravidanza extrauterina.
Ma cos’è la gravidanza ectopica o extrauterina?
Per gravidanza ectopica  si intende una gravidanza in cui l’impianto è situato in una sede diversa da quella fisiologica, la cavità endometriale. Anche la gravidanza ”normale” nelle fasi iniziali  è da considerare ”extrauterina” perchè normalmente l’uovo fecondato rimane per 2-5 giorni nel lume tubarico prima di giungere e annidarsi nella cavità uterina. Nel linguaggio comune, il termine gravidanza ectopica viene impropriamente usato come sinonimo di gravidanza extrauterina (GEU) e, più comunemente, come sinonimo di gravidanza tubarica la più frequente (98-99% dei casi), in realtà l’embrione può impiantarsi anche nelle ovaie (rarissimo e, secondo molti, quasi sempre in rapporto con un’endometriosi dell’ovaio), in addome, a livello di un corno uterino, nel canale cervicale.
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I consigli per lo sport in montagna

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Ho già scritto un post sugli sport invernali, ne riparlo perché anche a casa di mammamedico siamo nel pieno della stagione sciistica e la più scatenata è microba. Ha messo gli sci ai piedi lo scorso anno e non ha praticamente mai smesso. Quanti anni aveva? 3 anni e 8 mesi. Non l’avremmo mai fatta cominciare se non fosse stata una sua esplicita richiesta. Ha frequentato sia la scuola che il maestro individuale e lo scorso week end è tornata orgogliosissima di essere stata “promossa”. L’hanno messa nella classe avanzata. Con bimbi molto più grandi di lei. Io, nonostante non ami né freddo né montagna, la porterei sempre sulle piste perché sono le uniche ore in cui “non frigna, non si lagna, non fa capricci”.
Ma a parte microba che è “tutta matta”, a che età e’ meglio mettere gli sci ai piedi di un bambino?
Secondo i pediatri a quattro anni si possono inforcare i primi sci, a otto si può salire sullo snowboard e dai dieci in poi è possibile praticare fondo. Il  tipo  di sport va scelto in funzione della crescita e dello sviluppo motorio: a quattro anni si può imparare a sciare su pendii non eccessivi, per lo snowboard è necessaria più coordinazione ed è quindi meglio essere più grandi. Praticare lo sci è anche un’ occasione per stare all’aria aperta oltre che fare attivita’ sportiva, cercando pero’ di osservare delle regole ben precise in modo da non essere un pericolo per sé e per gli altri. Soprattutto all’inizio infatti è molto importante apprendere le tecniche di base per evitare così cadute traumatiche che comportino conseguenze fisiche e psicologiche.
A differenza della pratica agonistica, che richiede gli accertamenti previsti dalla legge da parte di uno specialista in Medicina dello Sport, per frequentare i corsi di sci non sono richiesti certificati medici.

 

 

I pediatri…

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Ero molto arrabbiata per un evento che dopo vi racconto e che mi ha fatto riflettere, ma preferisco iniziare con una notizia positiva: tutti i pediatri coinvolti nell’inchiesta sul latte in polvere (di cui avevo parlato qui) sono stati scagionati e sono tornati al lavoro.
In genere quando qualche medico è inquisito “il mostro” è sbattuto in prima pagina e nessun mass media ne ha pietà; ma quando, per fortuna la maggior parte delle volte, ne viene dimostrata l’innocenza nella migliore delle ipotesi viene dedicato un trafiletto in ultima pagina.
Questa cosa mi ha da sempre fatto arrabbiare perché dietro tanti camici bianchi c’è dedizione, impegno, passione, amore verso una professione difficile, dove lo sbaglio è dietro l’angolo ma soprattutto dove subire una denuncia sembra essere più facile che andare al supermercato.
Denuncia spesso impropria.
Detto questo è mio compito, così come avevo descritto un fatto che se fosse stato vero era veramente da biasimare, tornare sui miei passi e raccontarne la non sussistenza.
Perché ho iniziato scrivendo che sono arrabbiata, o direi meglio amareggiata?
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Epatite A in gravidanza

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Le epatiti virali in gravidanza sono un problema molto frequente con numerose implicazioni nell’ambito della medicina materno-fetale. In gravidanza è pertanto di estrema importanza venire a sapere  di un eventuale contatto con i virus delle epatiti A, B e C perché questi virus sono trasmissibili al feto in vari modi:  la barriera placentare, il canale del parto e l’allattamento (solo nel caso di epatite B e C).
Il virus dell’epatite A (HAV) appartiene alla famiglia dei Piconaviridae, è diffuso ovunque e il contagio avviene quasi sempre per via oro-fecale tramite alimenti o acqua contaminata, molluschi o mitili contaminati ma anche con siringhe infette, tatuaggi, piercing, contatti sessuali.

Per farsi capire dal bebe’ niente ”paroline”

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Qualche giorno fa mammavvocato scriveva che al suo bambino aveva fin da sempre parlato da adulto, senza quindi storpiare le parole e correggendolo se utilizzava termini impropri. Questo atteggiamento associato alla costante lettura aveva fatto si che il bimbo parlasse molto e correttamente ma spesso era stata criticata da chi invece sostiene che i bimbi non capiscano e bisogna trattarli con un repertorio linguistico appunto da piccoli.
Anche io non ho mai usato con i miei figli storpiature o classici termini come “bua, bau bau” etc e ho sempre corretto chi intorno a noi lo faceva.