La dermatite atopica: una nuova terapia per una patologia multifattoriale

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È noto da sempre il detto “il genitore è il mestiere più difficile del modo” e nello scriverlo mi sento anche un po’ vecchia. Sento infatti ancora la voce dei miei:”vedrai, sarai genitore anche tu e comunque la farai sbaglierai”.
Ecco tutto questo mi è tornato in mente nel leggere il titolo di un articolo “con mamme chiocce tante dermatiti nei bimbi”.
E sul momento mi sono anche un po’ adirata: microba ha la dermatite atopica, faccio fatica a curarla, ma io mi sento tutt’altro che una mamma chioccia.
Poi ovviamente sono andata avanti nella lettura.
Secondo gli esperti le madri iperprotettive lavano i figli più volte al giorno anche con saponi aggressivi, per paura dei raffredori usano maglie di lana oppure trasformano la cameretta in un forno rovente o troppo umido. Queste piccole ossessioni  di molte mamme italiane nel tempo finiscono  per danneggiare la pelle sensibile dei piccoli causando un boom di dermatiti atopiche; io punterei il dito anche su additivi disinfettanti, il separare i vestitini dei piccoli da quelli degli adulti nel lavaggio in lavatrice, l’abitudine a “tenere i bimbi in una campana di vetro”, impedendo di toccare questo o quello. Indubbiamente queste non sono le uniche cause di una patologia multifattoriale.

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Adolescenti con asma: i fattori di rischio si trovano anche in casa

asmaa Adolescenti con asma: i fattori di rischio si trovano anche in casa

Ho già detto altre volte che fra i miei pazienti vi è una piccola percentuale di adolescenti. Ragazzi affetti da asma bronchiale. Una volta posta la diagnosi, a parte lo sgomento di essere affetto da una patologia cronica, mi viene sempre chiesta la causa. È una bella domanda, nel senso che molto spesso la causa non è immediatamente nota.
Ora la notizia di questo “nuovo” probabile fattore di rischio che si ‘nasconde’ nelle abitazioni potrebbe essere un’ulteriore spiegazione.
Infatti secondo uno studio dell’Istituto di biomedicina e immunologia molecolare (Ibim) del Cnr condotto a Palermo e pubblicato su Enviromental Research in un quarto delle case controllate è stato superato il limite dei livelli di biossido di azoto, un inquinante irritante per le vie aeree,  sospettato di indurre una maggiore prevalenza di disturbi respiratori negli adolescenti.
Sono state osservate oltre 300 case di Palermo e nel 25% dei casi i livelli di biossido di azoto hanno superato i limiti di 40 microgrammi/metro cubo indoor definiti dall’Oms. Il  90% dei soggetti asmatici è risultato esposto ad elevate concentrazioni di biossido di azoto e la funzione respiratoria è risultata peggiore del 15% rispetto ai soggetti non esposti al biossido d’azoto.  

 

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Il sonnellino pomeridiano dopo i 2 anni d’età

sonnellino a Il sonnellino pomeridiano dopo i 2 anni d’età

Sia microba che supernano, gran dormiglioni di notte fino alla tarda mattina quando possibile, a 2 anni non hanno più voluto dormire al pomeriggio. La regola era infranta al nido, ma solo perché andando a letto tardissimo e alzandosi presto crollavano dopo il pranzo.
Al primo anno di materna microba continuava a dire che voleva essere una “grande” per non dormire.
Nella scuola materna dei miei figli le insegnanti dopo il pranzo creano una zona di relax e fanno riposare i bimbi di tutte e tre le età. I piccolini in genere si addormentano, per gli altri si tratta di una breve “sosta” dopo la quale è consentito alzarsi e fare attività tranquille e chiaramente non rumorose. Inutile dire che in genere microba non dormiva lo scorso anno e non dorme quest’anno e quando capita me lo segnala come un evento straordinario.
Non ho mai dato troppa importanza al dormire si o dormire no nel pomeriggio; inutile insistere se non ne hanno voglia, faccio già continue giornaliere battaglie che questa mi sembrava inutile. Ovviamente questo è un mio parere. Continua a leggere: Il sonnellino pomeridiano dopo i 2 anni d’età…

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Epidemia di varicella: cosa fare? Quando rientrare a scuola?

varicella foto Epidemia di varicella: cosa fare? Quando rientrare a scuola?

Gli studi medici, i Pronto soccorso e le guardie mediche sono prese d’assalto: è in corso una vera e propria epidemia di varicella e alcune scuole dell’infanzia sono decimate.
Anche nella classe di microba i casi sono stati numerosi; noi incrociamo le dita: microba è stata vaccinata. Ovviamente mi sono dovuta subire la solita polemica sui vaccini e i commenti delle altre mamme su una scelta che molti non condividono.  È  pur vero che la varicella è una malattia che non fa eccessivamente paura, anche perché in età pediatrica, è relativamente benigna, ma è sicuramente estremamente fastidiosa sia per la sintomatologia (prurito e disturbi che arrecano al bambino), per le possibili cicatrici ma anche per la lunga assenza da scuola e i conseguenti problemi che crea all’organizzazione familiare.
Microba inoltre è affetta da dermatite atopica, ha pertanto una cute delicatissima, vorrei evitare ulteriori problematiche. E questo è il principale motivo che spinge molti genitori a far vaccinare i propri bimbi.
In merito all’epidemia di quest’anno, l’andamento è difficile da prevedere, solitamente i picchi arrivano ogni due anni e probabilmente quest’anno siamo nella fase di diffusione massima.
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Il bambino con diarrea: cosa fare?

diarrea Il bambino con diarrea: cosa fare?

Tra le varie forme influenzali di questi giorni c’è anche quella con componente intestinale, ovvero con la diarrea.
Ho già più volte detto che a casa di mammamedico il nostro tallone d’achille è proprio l’apparato gastroenterico per cui sono qui ad incrociare le dita. E quando la nonna mi ha avvisato di essere a casa dell’altro nipotino malato appunto con diarrea le ho intimato di starci alla larga.
È pur vero che la diarrea spesso è causata da infezioni di breve durata e che di solito sono più fastidiose che pericolose, ma vorrei comunque non incapparvi.
Tutti sanno di cosa si tratta: la diarrea è  la defecazione  frequente, ovvero l’emissione di feci liquide o acquose, di solito dovuta a  infezioni gastrointestinali sostenute da virus, batteri o parassiti.
In generale
le infezioni che causano la diarrea sono altamente contagiose: nella maggior parte dei casi non si risolve finché c’è almeno una persona malata e alcune infezioni possono rimanere contagiose anche per più tempo.
Non rari però sono gli episodi non infettivi ma da riferire a colpi di freddo o a manifestazioni psicosomatiche.

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La gravidanza extra-uterina

gravidanza1 La gravidanza extra uterina

Durante lo scorso turno in pronto soccorso si è presentata in pronto soccorso con accesso in ambulanza, una donna di 34 anni con mal di pancia e vomito.
Stavo già tra me e me brontolando pensando alla classica gastroenterite del periodo, quando mi venne “l’illuminazione” di chiedere se fosse incinta. In realtà non mi aspettavo una risposta affermativa perché il dato non era riportato né nel verbale degli ambulanzieri né nella scheda di triage. Invece con mio stupore rispose di si. Sono tanti anni che faccio questo mestiere ma ancora mi stupisco. Per me sarebbe dovuta essere la prima informazione da dare, non addirittura nascondere la cosa con il rischio di far sbagliare una diagnosi o assumere farmaci non consoni.
Perché sto raccontando questo caso? Perché la signora in questione prontamente inviata al pronto soccorso ginecologico aveva poi una gravidanza extrauterina.
Ma cos’è la gravidanza ectopica o extrauterina?
Per gravidanza ectopica  si intende una gravidanza in cui l’impianto è situato in una sede diversa da quella fisiologica, la cavità endometriale. Anche la gravidanza ”normale” nelle fasi iniziali  è da considerare ”extrauterina” perchè normalmente l’uovo fecondato rimane per 2-5 giorni nel lume tubarico prima di giungere e annidarsi nella cavità uterina. Nel linguaggio comune, il termine gravidanza ectopica viene impropriamente usato come sinonimo di gravidanza extrauterina (GEU) e, più comunemente, come sinonimo di gravidanza tubarica la più frequente (98-99% dei casi), in realtà l’embrione può impiantarsi anche nelle ovaie (rarissimo e, secondo molti, quasi sempre in rapporto con un’endometriosi dell’ovaio), in addome, a livello di un corno uterino, nel canale cervicale.
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I consigli per lo sport in montagna

ceci I consigli per lo sport in montagna

Ho già scritto un post sugli sport invernali, ne riparlo perché anche a casa di mammamedico siamo nel pieno della stagione sciistica e la più scatenata è microba. Ha messo gli sci ai piedi lo scorso anno e non ha praticamente mai smesso. Quanti anni aveva? 3 anni e 8 mesi. Non l’avremmo mai fatta cominciare se non fosse stata una sua esplicita richiesta. Ha frequentato sia la scuola che il maestro individuale e lo scorso week end è tornata orgogliosissima di essere stata “promossa”. L’hanno messa nella classe avanzata. Con bimbi molto più grandi di lei. Io, nonostante non ami né freddo né montagna, la porterei sempre sulle piste perché sono le uniche ore in cui “non frigna, non si lagna, non fa capricci”.
Ma a parte microba che è “tutta matta”, a che età e’ meglio mettere gli sci ai piedi di un bambino?
Secondo i pediatri a quattro anni si possono inforcare i primi sci, a otto si può salire sullo snowboard e dai dieci in poi è possibile praticare fondo. Il  tipo  di sport va scelto in funzione della crescita e dello sviluppo motorio: a quattro anni si può imparare a sciare su pendii non eccessivi, per lo snowboard è necessaria più coordinazione ed è quindi meglio essere più grandi. Praticare lo sci è anche un’ occasione per stare all’aria aperta oltre che fare attivita’ sportiva, cercando pero’ di osservare delle regole ben precise in modo da non essere un pericolo per sé e per gli altri. Soprattutto all’inizio infatti è molto importante apprendere le tecniche di base per evitare così cadute traumatiche che comportino conseguenze fisiche e psicologiche.
A differenza della pratica agonistica, che richiede gli accertamenti previsti dalla legge da parte di uno specialista in Medicina dello Sport, per frequentare i corsi di sci non sono richiesti certificati medici.

 

 

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I pediatri…

pediatra I pediatri…

Ero molto arrabbiata per un evento che dopo vi racconto e che mi ha fatto riflettere, ma preferisco iniziare con una notizia positiva: tutti i pediatri coinvolti nell’inchiesta sul latte in polvere (di cui avevo parlato qui) sono stati scagionati e sono tornati al lavoro.
In genere quando qualche medico è inquisito “il mostro” è sbattuto in prima pagina e nessun mass media ne ha pietà; ma quando, per fortuna la maggior parte delle volte, ne viene dimostrata l’innocenza nella migliore delle ipotesi viene dedicato un trafiletto in ultima pagina.
Questa cosa mi ha da sempre fatto arrabbiare perché dietro tanti camici bianchi c’è dedizione, impegno, passione, amore verso una professione difficile, dove lo sbaglio è dietro l’angolo ma soprattutto dove subire una denuncia sembra essere più facile che andare al supermercato.
Denuncia spesso impropria.
Detto questo è mio compito, così come avevo descritto un fatto che se fosse stato vero era veramente da biasimare, tornare sui miei passi e raccontarne la non sussistenza.
Perché ho iniziato scrivendo che sono arrabbiata, o direi meglio amareggiata?
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Epatite A in gravidanza

gravidanza Epatite A in gravidanza

Le epatiti virali in gravidanza sono un problema molto frequente con numerose implicazioni nell’ambito della medicina materno-fetale. In gravidanza è pertanto di estrema importanza venire a sapere  di un eventuale contatto con i virus delle epatiti A, B e C perché questi virus sono trasmissibili al feto in vari modi:  la barriera placentare, il canale del parto e l’allattamento (solo nel caso di epatite B e C).
Il virus dell’epatite A (HAV) appartiene alla famiglia dei Piconaviridae, è diffuso ovunque e il contagio avviene quasi sempre per via oro-fecale tramite alimenti o acqua contaminata, molluschi o mitili contaminati ma anche con siringhe infette, tatuaggi, piercing, contatti sessuali.

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Per farsi capire dal bebe’ niente ”paroline”

lettura Per farsi capire dal bebe niente paroline

Qualche giorno fa mammavvocato scriveva che al suo bambino aveva fin da sempre parlato da adulto, senza quindi storpiare le parole e correggendolo se utilizzava termini impropri. Questo atteggiamento associato alla costante lettura aveva fatto si che il bimbo parlasse molto e correttamente ma spesso era stata criticata da chi invece sostiene che i bimbi non capiscano e bisogna trattarli con un repertorio linguistico appunto da piccoli.
Anche io non ho mai usato con i miei figli storpiature o classici termini come “bua, bau bau” etc e ho sempre corretto chi intorno a noi lo faceva.

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