Lo streptococco beta emolitico del gruppo B

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Ho parlato in generale di streptococco, ora entriamo nello specifico di una delle due forme più comuni e severe: lo streptococco beta emolitico del gruppo B.
Lo streptococco b emolitico di gruppo B (o SBEGB), noto come Streptococcus agalactiae, popola abitualmente la normale flora gastrointestinale di molti soggetti, ma talora può diffondere in alcune sedi anatomiche secondarie. Si stima che il batterio si comporti da commensale sia nell’uretra maschile che nella mucosa genitale femminile e la trasmissione avviene mediante rapporto sessuale non protetto. Si stima che il 15% di donne adulte, peraltro sane, ha questo batterio nel basso tratto vaginale e/o nell’intestino
La forma più grave di contagio delle infezioni  da parte dello Streptococcus agalactiae è quella tra madre-neonato in gravidanza: infatti al neonato può essere trasmessa l’infezione proprio al momento del parto. Per fortuna solo 3 bambini su 1.000 nati da donne portatrici sane sviluppano segni di malattia che si verifica quando il batterio riesce ad entrare nel circolo sanguigno del neonato (ossia quando si realizza una sepsi) con conseguenze molto gravi: shock, polmonite o meningite.

L’esordio della sintomatologia può essere precoce, entro la prima settimana di vita o tardivo, dopo due-tre mesi dalla nascita. Nel primo caso lo streptococco beta emolitico di gruppo B si diffonde per via ematica, scatenando più frequentemente setticemia associata a polmonite (sindrome polmonare acuta), mentre nel caso di esordio tardivo dell’infezione, la setticemia è spesso associata a meningite.
In entrambe le forme infettive (precoci e tardive) esiste un elevato rischio di diffusione anche in altre sedi anatomiche, sia organi che tessuti.
Non è raro che il neonato presenti sintomi aspecifici che possono ritardare la diagnosi, dunque posticipare l’inizio di una cura.
Un intervento terapico tardivo potrebbe causare seri danni permanenti, soprattutto sequele neurologiche, da lievi disabilità dell’apprendimento ai più severi ritardi mentali, perdita di udito o della vista.
Lo SGB è anche responsabile di malattia puerperale con febbre, infezione uterina specie dopo taglio cesareo la cui esecuzione non elimina il rischio infettivo neonatale.
Inoltre, l’ infezione materna può favorire l’insorgenza di alcune condizioni ostetriche come travaglio prematuro, rottura prematura delle membrane, presenza di febbre poco prima o durante il travaglio di parto.
Per scongiurare il rischio di trasmettere lo Streptococcus agalactiae al neonato,  viene eseguito il tampone vaginale e rettale a fine gravidanza (in genere fra la 34° e la 36° settimana).
Le gestanti che risultano positive al test per lo streptococco beta emolitico di gruppo B devono sottoporsi ad una profilassi antibiotica, ma i pareri medici non sono unanimi: poiché a fronte di molte donne portatrici del batterio vi sono, per fortuna, solo pochi bambini malati, molti medici ritengono infatti che non sia opportuno trattare tutte le madri portatrici, bensì solo quelle più a rischio, ossia donne con membrane rotte, o con minaccia di parto prematuro, etc. Altri, considerando che l’infezione può trasmettersi, da madre a feto, anche in assenza di altri fattori di rischio, propendono per trattare con l’antibiotico tutte le gestante con tampone positivo per SGB. Secondo il “Center for Desease Control and Prevention” degli Stati Uniti se tutte le donne positive venissero trattate adeguatamente, sarebbe possibile prevenire 3 infezioni neonatali su 4. E l’American Academy of Pediatrics, raccomanda che le gravide si sottopongano ad tampone vaginale tra la 35a e la 37a settimana di gravidanza, proponendo a tutte le donne positive, non solo a quelle più a rischio, la possibilità di fare una terapia antibiotica in travaglio.

 

 

 

 

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