8° Mese: la paura dell’estraneo

paura dell'estraneo

Microba ha ormai 11 mesi compiuti e non ha manifestato quella normale crisi definita “paura dell’estraneo”che in genere si ha intorno agli 8 mesi. Non so cosa pensare. Dovrei da un lato essere contenta perché è una bimba molto socievole, abituata a stare con tutti fin dai primissimi giorni di vita (praticamente l’unica bimba nella nostra cerchia di amici per cui sempre stracoccolata!), da un altro nutro delle perplessità. Fino a che punto è un bene questo suo adattamento? Sarà stata colpa mia che non sono riuscita a creare la giusta relazione simbiotica mamma-figlio, tipica dei primi mesi? L’angoscia dell’estraneo testimonia il fatto che il bambino riconosce la madre e la differenzia da tutte le altre persone, al punto che è angosciato in presenza di una persona non familiare. Forse per microba sono uguale a tutti quanti la circondano? E se la crisi si manifestasse tardivamente? Non voglio essere una mamma né apprensiva né morbosa, per cui ho cercato quindi un po’ di documentazione in proposito nel tentativo di non farmi troppe ”paranoie”.

Nei primi mesi di vita, il neonato vive quasi in simbiosi con la mamma, formando sostanzialmente con lei un tutt’uno. Solo successivamente, intorno agli 8 mesi, il bambino si rende conto della sua autonomia e comincia a formarsi come personalità distinta. Questo avviene tramite un processo di elaborazione della separazione dalla madre che si manifesta con la paura dell’estraneo. Il bambino inizia a riconoscere i famigliari dagli estranei e mostrando diffidenza verso questi ultimi, ha una reazione di pianto inconsolabile che talvolta sfocia in vero terrore.

Questo è evidente se si pensa a quanto i bimbi piangano inconsolabilmente quando vengono affidati a qualcuno che non conoscono. La reazione è naturale e necessaria, testimonianza del valore della relazione mamma-figlio, del rapporto simbiotico instaurato tra i due durante i primi mesi. L’angoscia da separazione si manifesta in maniera più evidente nel periodo dell’inserimento al nido, durante il quale il piccolo impara, con dolore, a staccarsi da chi, fino a quel momento, è stato il suo unico punto di riferimento. Inizia a rendersi conto che è una persona a se stante ed incomincia a fare le prime esperienze in autonomia. Spesso, per consolarsi dell’assenza della mamma, si attacca ad un oggetto transizionale. Questo può essere una copertina, un lenzuolino, un peluche, o qualsiasi altra cosa possa illudere di sostituire in modo gratificante la mamma. Sono fenomeni che occupano uno spazio intermedio tra il mondo esterno e quello interno, che ricordano al bambino alcune caratteristiche delle sue figure di attaccamento e che hanno l’effetto di tranquillizzarlo in loro assenza.
Cosa non fare

  • Forzarlo ad andare in braccio all’ “estraneo”
  • Sgridarlo perchè ci sembra di offendere chi abbiamo di fronte
  • Andare via senza salutarlo sperando che non se ne accorga
  • Non andare via per evitare il suo dolore

È importante ricordare che questa fase è fisiologica e fondamentale per la crescita del piccolo: iperproteggere il bambino tenendolo sotto una campana di vetro gli risparmierebbe il “dolore” del primo distacco, ma un bambino che non sperimenta questo distacco e non si distingue in questa fase dalla mamma, soffrirà molto di più crescendo, con dei veri attacchi di ansia quando si verificherà un forzato allontanamento.

Cosa fare

  • Stare comunque tranquille
  • Mostrare fiducia verso chi si prende cura del piccolo
  • Tranquillizzare il bimbo

Numerosi scritti sono stati pubblicati dagli studiosi sul distacco mamma-bimbo. E non tutti sono concordi.

Spitz, lo psicologo infantile austriaco che per primo ha studiato l’argomento, ha fornito un’ interpretazione di questo comportamento che non è univoca. Infatti il comportamento può anche non manifestarsi affatto o comparire in ritardo e comunque le teorie psicoanalitiche sul passaggio del bambino da una simbiosi con la mamma, ad una differenziazione da essa, non sono accompagnate da studi scientifici. A partire dagli Anni ’80, studi come quelli di Daniel Stern o le ricerche condotte nell’ambito della Psicologia dello Sviluppo, hanno smentito l’idea del neonato come essere privo di individualità e in balia totale della madre ed hanno invece mostrato un neonato attivo fin dai primi giorni di vita, abile a livello interpersonale con molte doti.
Per quanto riguarda l’angoscia dell’estraneo è quasi certo che dipende dal fatto che il bambino realmente riconosce la madre e la elegge in genere a figura di riferimento, tanto da sentirsi angosciato in presenza di persone che non conosce. Ma è anche chiaro che allo stesso bambino basterà guardare il volto della madre e decidere in base alla sua espressione se preoccuparsi o meno per tutto ciò che lo circonda.

Fin qui mi sono tranquillizzata: forse microba ha acquisito sicurezza dalla mia tranquillità. Ma poi proseguendo a cercare informazioni mi imbatto nella tesi di alcuni autori che considerano patologica la socievolezza indistinta del bambino, perché sarebbe indicativa di mancanza di discriminazione di una principale figura di attaccamento.

Ecco, mi dovevo fermare prima. Sono ripiombata nello sconforto…

Comments

  1. Mamma Medico says

    Guarda, a posteriori, ora mia figlia ha 6 anni, posso dire che i miei erano timori infondati. E’ stralegata a me. Mi dice che le manco quando non ci sono. Ma poi e’ anche molto autonoma e mangia e dorme dalle amichette senza problemi. Stai tranquilla che i bimbi sentono i nostri sentimenti

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