L’amico immaginario

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Microba ha un amico immaginario. O meglio tanti amici immaginari. A volte anche delle figlie e un marito. Passa delle ore fingendo di parlare al telefono con questi fantomatici personaggi usando un linguaggio inventato che sostiene essere spagnolo. Osservarla mentre agghindata di tutto punto (perché ovviamente per fare la signora o la mamma servono scarpe con il tacco, borsetta, collane, orecchini) è impegnata in questi discorsi, è uno spasso.
Nonostante questo suo mondo immaginario,  Microba,  pur avendo sparuti episodi di timidezza, ha una vita sociale “reale” molto attiva e si relaziona bene sia con le coetanee che  con le bambine più grandi.
L’amico immaginario, è una creazione positiva dell’immaginazione dei bambini, è una cosa molto comune ed è solo un gioco. Una ricerca dell’Università di Washington e Oregon ha rivelato che circa due terzi dei bambini hanno un amico immaginario con cui dialogano, litigano e giocano prima di prendere sonno, o nel ritorno da scuola, o se si ritrovano da soli a casa. Un altro studio, dell’Università della Tasmania, ha affermato che il fenomeno è più frequente nei primogeniti.
Scrivo questo perché mi è capitato di sentire genitori preoccupati per questa vita irreale e parallela dei propri figli. Non ho mai pensato che la cosa potesse rappresentare un problema, anzi, ma  mi sono ugualmente documentata.
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Le bimbe apprendono il linguaggio prima dei maschi

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Nel leggere la notizia,  poi prontamente girata a papàchef, il nostro commento unanime è stato “strano, non ce ne eravamo mai accorti!”
Microba parla. Parla. E ancora parla. Sempre. Per fortuna di notte dorme.
Ricordo le sue prime sillabe da piccolissima, la prima parola compiuta a 7 mesi, da allora in poi non ha mai smesso. Con termini appropriati, con l’uso dei congiuntivi. Proprio l’altro giorno le ho detto “microba è il tuo soprannome” e lei “no, è un nomignolo”. Che dire…
Io pertanto non avrei fatto uno studio sulle competenze linguistiche delle bambine, eppure studiosi della Norwegian Reading Centre del l’Università di Stavanger hanno valutato 1.005 bimbi tra i 30 e i 33 mesi basandosi su osservazioni e informazioni fornite dal personale della scuola materna in base alle attività svolte. Le bimbe sarebbero più interessate e più disposte a impegnarsi in attività come la lettura e il canto, lasciano indietro i coetanei maschi fin dall’asilo diventando poi successivamente più brave a scuola.

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