Il mito dei bambini … stranieri

bambini stranieri

Ennesima scenata di microba in spiaggia ma ormai ho imparato a sdrammatizzare e soprattutto a non vergognarmi più. In questa vacanza infatti ho sfatato un mito: il mito dei bambini stranieri. Con enorme soddisfazione posso dire che i bravi bambini, gli angioletti, non esistono. Dal nord al sud, dall’est all’ovest, biondissimi o scurissimi, sono tutti uguali. Ho sempre avuto l’errato concetto che siamo noi, intesi come italiani, i casinisti, gli urlatori, i capricciosi. BALLE! La globalizzazione ha interessato anche i nani.
Avendo finito i miei libri (ah, sta fregatura del peso del bagaglio), non essendomi ancora convertita al kindle e non avendo trovato un solo giornale italiano , ho passato ore a guardarmi intorno. Ed essendo in un luogo pieno di famiglie con bambini, sono stati loro l’oggetto dei miei “studi”.

Ebbene i bambini stranieri piangono come i nostri, urlano e fanno i capricci come i nostri, non vogliono la crema, rifiutano il cappellino, interrompono quando gli adulti parlano, mentre le bambine battibeccano con le mamme. Ovviamente non capisco un acca di quello che si dicono ma il linguaggio non verbale è dirimente.
Olè, sono un po’ meno sola alle prese con la mia preadolescente anticipataria.
E al supermercato? Stanno zitti perché hanno in mano caramelle, patatine o gadget vari, a secondo del caso.
Ma il luogo dove sono rimasta più sconcertata è il ristorante. Inorridivo ogni qual volta mi si chiedeva se volessi il seggiolone per microba. Il seggiolone? Ma se a casa l’abbiamo archiviato a 18 mesi… poi ho capito. I bambini stranieri sono sempre legati sui seggioloni. Ad occhio e croce fino ai 4 anni. In genere con tablet e smartphone in mano. In un notevole, a mio parere, controsenso. Ma poi  ho capito perché: quei pochi non legati vanno in giro, si arrampicano sulle sedie vuote, sulle ringhiere, sotto lo sguardo spesso di incuranti genitori. E spesso sono incuranti anche quando quegli stessi bambini, scesi dai loro troppo piccoli passeggini  toccano oggetti su bancarelle o nei negozi.
Io sono tutto un “non si tocca, si può rompere, è da maleducati, state seduti, si usa la forchetta, non sollevare la sabbia, non schizzare….”. Mi do noia da sola, ma credo che insegnare l’educazione passi anche da qui.
Avevo il “mito” dello “straniero” che a 18 anni va via di casa, di ragazzi indipendenti, autonomi, non come noi, mamme-chioccie che puliamo il sedere fino all’università. Ma forse ho dei concetti errati e, mi, ci, sottovalutiamo. Anche confrontandomi con altre mamme, nella maggior parte dei casi  fra i 2 e i 3 anni pannolini, ciucci e passeggini vengono archiviati, qui ho visto famiglie in giro con due passeggini, uno spinto dalla mamma e uno dal papà, sia per il piccolo che per il maggiore, della bella età di 4-5 anni.

Chiaramente, questo post non vuole assolutamente essere discriminatorio verso nessuno, ma un piccolo elogio per tutte le mamme che tutti i giorni combattono per far crescere al meglio i loro figli e che spesso, troppo spesso, si  si abbattono. 

San Valentino: lavoretto con le capsule di caffè

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Auguri papàchef, auguri nonostante a te queste feste non piacciano, non siano mai piaciute. Condividevo questa tua idea anni fa quando la festa degli innamorati era tutti i giorni, quando non poteva esserci nulla che ci potesse far trascurare l’un l’altro; adesso purtroppo è diverso. Ci  sono giorni che ci incrociamo appena: tu entri, io esco, in un gioco di incastri per stare con i bambini; ci sono delle sere in  cui pronunciando  un “buonanotte” fra i denti crollo addormentata in un nanosecondo; ci sono giorni in cui fra lavoro, stanchezza, arrabbiature con i figli finiamo per non considerarci un gran che. A questo punto ben venga il 14 febbraio perché  ogni tanto un pensiero, un gesto d’affetto fanno piacere. Perché significa che ancora ci ricordiamo di noi. Nonostante tutto e tutti. Continua a leggere: San Valentino: lavoretto con le capsule di caffè…

L’epifania: tutte le feste porta via…

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È un detto comune e in alcuni casi lo si dice anche con un certo sollievo. In genere capita quando il parentado durante le festività è stato piuttosto presente e invadente oppure quando i figli non inseriti nella solita routine e in preda all’euforia degli eventi hanno fatto letteralmente impazzire. E questa seconda situazione è quella che ho capito essersi più frequentemente verificata leggendo qua e la i vari blog.
Ecco, quest’anno a me non è successo nulla di tutto questo. Quest’anno ho salutato la fine delle festività con un certo rammarico. E la notte scorsa trascorsa completamente in piedi al lavoro in pronto soccorso non è certo stata d’aiuto.
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Pensieri di fine anno…

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Papàchef è in montagna con i bambini. L’ho già scritto e lo riscrivo. Sembra che sia per tutti un evento stratosferico, di quelli da fine del mondo. Il primo commento di chiunque lo venga a sapere infatti non è tanto “beata, te, goditi la libertà” o cose simili, bensì “che bravo! Il mio non lo avrebbe mai fatto”. Che papàchef sia benissimo in grado di gestire i bambini non ne ho mai fatto mistero, ma da lì a immolarlo santo ce ne corre.
Perché dico questo? Non tanto per sminuirlo ma per “normalizzarlo”.
I nuovi papà giocano con i figli, leggono storie, accompagnano al parco, insegnano ad andare in bicicletta. E allora? Non lo facevano forse anche tanti dei nostri padri? E no, fanno di più: cambiano pannolini, danno il biberon, qualcuno mette anche a nanna permettendo in tal modo  alle compagne di uscire alla sera. Miracolo! Queste cose forse i nostri padri le fanno con i nipoti. E poi? La gestione quotidiana? Continua a leggere: Pensieri di fine anno……