Codogno nel mio cuore

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Ho sperato fino all’ultimo che fosse una montatura, una lotta politica fra “aprire e chiudere” che i mass media come sempre ingigantissero, che questo virus fosse come i precedenti, tutto sommato innocuo. Ricordo ancora quando giovane medico di ps alle prime armi mi insegnarono la vestizione/svestizione per quello che sarebbe dovuta essere emergenza nazionale. Ma nel piccolo ps di Codogno quei kit di indumenti protettivi non furono mai aperti.

Quel 21 febbraio ero come sempre in ambulatorio, concentrata sui miei pazienti, e non mi capacitavo dei continui bip del mio cellulare. Avevo letto di sfuggita le notizie online. Del primo casi di coronavirus in Italia, ma distrattamente non avevo dato peso alla cosa.

Ma amici e conoscenti no. Si ricordavano del mio lavoro in ps e chiedevano come stessi. Qualcuno non sapeva neppure che io avevo lasciato il pronto soccorso qualche anno fa.

Dopo la specialità cercai lavoro passando letteralmente ad uno ad uno tutti gli ospedali dal nord al sud della Lombardia. Pronto soccorso e pneumologia.  Arrivata al confine con l’Emilia Romagna mi trovai a parlare al telefono con il primario del ps di Casalpusterlengo e Codogno. “si, sto cercando un medico. Vieni pure che ci conosciamo”. Non mi sembrò vero anche se non avevo la minima idea di dove fosse il paese.

Ricordo come fosse ora quella soleggiata giornata di gennaio. La campagna lodigiana era bellissima. Gli odori e i colori mi ricordavano il mio amato paese dove da piccola trascorrevo le vacanze

Il primario era una persona affabile, nulla a che vedere con i medici baroni universitari da cui ero scappata.
Mi descrisse quanto c’era e non c’era nei due presidi. Che avrei dovuto imparare a fare tutto. Dal suturare ad interpretare rx ortopediche. Ero esaltata. Ed incosciente. Accettai subito. Meno di un mese dopo iniziò un’avventura che sarebbe dovuta essere provvisoria e durò oltre 12 anni. Per un periodo sui due presidi, successivamente solo a Codogno. Dove ho imparato a fare il medico. Dove ho imparato a “tirare fuori le palle”, a farmi amare e rispettare. Dove ho lasciato il cuore, quando stanca dei 120 km giornalieri, dei turni sempre più massacranti, della gente sempre più pretenziosa, ho deciso di tornare  a casa a fare “solo” la pneumologa.

Il tempo è spesso tiranno. Era tiranno.  E negli anni i contatti con colleghi e infermieri con cui avevo diviso tempo e condiviso esperienze ma anche pensieri, gioie, dolori, preoccupazioni, la nascita dei miei figli, le vacanze, si diradarono.

Ma erano stati la mia seconda famiglia. E una famiglia non si dimentica.

E da quel maledetto 21 febbraio ho sofferto per e con loro. Ho sofferto per le loro malattie e gioito per le guarigioni. E ho pianto per le morti dei colleghi medici di base della zona.

Ti fermeremo coronavirus, ladro di tutto! Ve lo dobbiamo, colleghi

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